Quando tuo figlio arriva ai vent’anni portandosi dietro un’autostima che sembra fatta di carta velina, la prima domanda che ti fai è: dove ho sbagliato? Ma forse la questione non è così semplice. Oggi i giovani adulti attraversano una fase che lo psicologo Jeffery Jensen Arnett ha definito “adultità emergente”, un periodo che si estende fino ai 29 anni e che è molto più complicato di quanto lo fosse per le generazioni precedenti. Non si tratta più solo di scegliere un lavoro e sistemarsi: è un labirinto di possibilità infinite che può paralizzare chi non ha solide certezze interiori.
La tentazione più grande quando vedi tuo figlio in difficoltà è quella di intervenire, di spianargli la strada, di suggerigli la mossa giusta. Ma qui casca l’asino: ogni volta che risolvi un problema al suo posto, gli stai togliendo la possibilità di scoprire che ce la può fare da solo. Questa iperprotezione mascherata da supporto è uno dei modi più subdoli in cui, senza volerlo, manteniamo i nostri figli in una condizione di dipendenza. Albert Bandura, uno psicologo che ha studiato a fondo questi meccanismi, ha dimostrato che la fiducia in se stessi si costruisce soprattutto attraverso esperienze di successo personale: devo provare, sbagliare, aggiustare il tiro e riuscire con le mie forze.
Se tuo figlio cerca continuamente la tua approvazione prima di fare qualsiasi cosa, probabilmente sta replicando uno schema che ha imparato nel tempo: le mie decisioni contano solo se qualcun altro le conferma. E quel qualcun altro, nella maggior parte dei casi, sei tu.
Come si manifesta davvero l’insicurezza
L’insicurezza dei giovani adulti non sempre si vede chiaramente. Quel figlio che rimanda da mesi la decisione su quale master scegliere non è pigro: ha un terrore paralizzante di sbagliare. Quella figlia che cambia idea sul lavoro ogni tre mesi non è superficiale: sta cercando disperatamente un ambito dove sentirsi competente. E quando li vedi incollati a Instagram a confrontare la loro vita con quella degli altri, non è narcisismo: è il tentativo di capire se stanno andando bene secondo parametri esterni, visto che quelli interni sono traballanti.
C’è anche un altro aspetto da considerare: oggi i ragazzi hanno davanti un numero di scelte che noi genitori non abbiamo mai dovuto affrontare. Barry Schwartz ha studiato quello che chiama il paradosso della scelta: più opzioni abbiamo, più diventa difficile decidere e più aumenta l’ansia. Tuo figlio non sta semplicemente perdendo tempo, sta navigando in un mare di possibilità che oggettivamente è più complesso di quello che c’era trent’anni fa.
Cambia il modo in cui parli
Le parole che usi fanno una differenza enorme. Prova a sostituire “Allora, hai deciso cosa farai?” con “Quali strade stai esplorando in questo periodo?”. Sembra una sfumatura da poco, ma nel primo caso stai comunicando che c’è un ritardo da recuperare, nel secondo stai normalizzando il fatto che decidere richiede tempo ed esplorazione.
Anche i complimenti vanno dosati con intelligenza. Dire “Sei così brillante, potresti fare qualsiasi cosa” sembra incoraggiante, ma in realtà aumenta la pressione e la paura di deludere. È molto più utile riconoscere gli sforzi concreti: “Ho visto quanto impegno ci hai messo in questo progetto” valorizza il processo, non un’etichetta astratta.

E poi c’è una cosa potentissima che puoi fare: raccontare i tuoi fallimenti veri. Non le versioni edulcorate, ma le volte in cui hai davvero sbagliato, cambiato idea, preso strade sbagliate. I giovani con bassa autostima tendono a idealizzare il percorso dei genitori, immaginandolo perfetto e lineare. Scoprire che anche tu hai navigato a vista li aiuta a normalizzare l’imperfezione e a capire che l’identità si costruisce per tentativi.
Celebra le azioni, non solo i successi
Quando tuo figlio ti dice che ha mandato dieci curriculum, la tua reazione istintiva potrebbe essere “Speriamo ti chiamino presto”. Ma c’è una risposta migliore: “Ci vuole coraggio per mettersi in gioco così”. La differenza è sottile ma fondamentale. Nel primo caso stai spostando il valore su un risultato futuro e incerto, nel secondo stai riconoscendo un valore interno che esiste già, indipendentemente dalle risposte che arriveranno.
Questo approccio funziona in ogni ambito: che si tratti di un esame, un colloquio, una scelta difficile, l’importante è riconoscere il coraggio di aver agito, non solo l’esito finale.
Quando l’aiuto professionale diventa necessario
A volte il supporto familiare, per quanto consapevole e amorevole, non basta. Se noti che tuo figlio si isola sempre di più, evita sistematicamente le opportunità che gli si presentano, o mostra segni di ansia o depressione che interferiscono con la vita quotidiana, è il momento di considerare un percorso con uno psicoterapeuta. Non è un fallimento, è semplicemente riconoscere che ci sono professionisti formati per lavorare specificamente su questi nodi. La terapia per i giovani adulti lavora proprio sulla costruzione di un senso di controllo interno e sulla separazione tra il valore personale e le prestazioni.
L’autonomia economica conta più di quanto pensi
C’è un elefante nella stanza di cui si parla poco: i soldi. Se continui a mantenere tuo figlio senza strutturare questo supporto in modo progressivo, rischi di trasmettere involontariamente il messaggio “non crediamo che tu sia in grado di mantenerti”. Questo non significa buttarlo fuori di casa domattina, ma stabilire insieme degli obiettivi graduali di autonomia, anche parziale. Anche solo pagare alcune spese personali con un lavoretto restituisce senso di controllo e competenza.
Crea zone sicure per sperimentarsi
L’autostima ha bisogno di nutrirsi in contesti dove non c’è troppa pressione. Aiuta tuo figlio a trovare ambiti dove possa sperimentarsi senza l’ansia della performance: volontariato in un settore che gli interessa, progetti personali senza aspettative economiche immediate, comunità online o offline dove si impara insieme. Questi spazi offrono feedback positivi senza la pressione del mondo lavorativo vero e proprio, e permettono di accumulare piccole vittorie che costruiscono fiducia.
La tua preoccupazione è naturale e preziosa, ma va indirizzata nel modo giusto. Il passaggio più difficile per un genitore è accettare che aiutare tuo figlio a costruire autostima significa spesso fare un passo indietro, tollerare l’ansia di vederlo inciampare, e fidarti che anche dagli errori emergerà una lezione che nessuno può insegnargli dall’esterno. Non ha bisogno di qualcuno che gli mostri la strada perfetta, ma di qualcuno che creda davvero che possa trovare la sua.
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